Foto di spermatozoi e uovo per indicare una tecnica di PMA

Qual è la tecnica di Pma più adatta? Meglio capirlo subito

Sottoporsi ai trattamenti di procreazione medicalmente assistita è stressante, sia per l’organismo che per la psiche, soprattutto se fatti ripetutamente. Per evitarlo e garantire fin dal principio la tecnica di Pma più efficace per una coppia che vuole avere un figlio, potrebbe bastare l’analisi delle rotture cromosomiche negli spermatozoi, ovvero l’indice di frammentazione del Dna spermatico (Dfi).

L’indice di frammentazione del Dna spermatico per stabile la tecnica Pma più adatta

A dimostrarlo sulle pagine di Andrology sono i ricercatori svedesi della Lund University, secondo cui l’analisi del Dfi è uno strumento prezioso che, aiutando i medici nella scelta del trattamento più adeguato per le diverse coppie, aumenta di conseguenza la probabilità di successo della fecondazione assistita. Il test, infatti, analizza la qualità dello sperma, evidenziando la presenza di rotture cromosomiche negli spermatozoi. L’integrità genetica dello spermatozoo è fondamentale per il normale sviluppo embrionale: un alto livello di frammentazione del Dna in cellule spermatiche può rappresentare una causa di infertilità maschile che gli esami convenzionali, come la concentrazione dello sperma, la motilità e la morfologia non sono in grado di rilevare.

Lo studio ha esaminato oltre 1600 coppie che si sono rivolte al Centro di Medicina della Riproduzione dell’Ospedale universitario Skåne di Malmö, in Svezia, tra il maggio 2007 e il marzo 2013, sottoponendo tutti gli uomini al test Dfi. Le coppie hanno poi eseguito la fecondazione assistita con la tecnica della fecondazione in vitro (FIV), oppure con ICSI (l’iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo), che prevede la selezione di un singolo spermatozoo da iniettare nell’ovocita.

I risultati della ricerca hanno dimostrato che “nelle coppie in cui l’uomo presenta molte interruzioni cromosomiche, la migliore possibilità per il concepimento è l’uso della ICSI anziché della fecondazione in vitro”, spiega Krzysztof Oleszczuk, dell’Università di Lund. “L’analisi Dfi rende così possibile personalizzare il trattamento e aumentare le possibilità di concepimento”. “Ci auguriamo che i risultati possano essere utili nel fornire subito il trattamento più efficace alle coppie che voglio avere un figlio”, commenta Aleksander Giwercman dell’Università di Lund.

Per confermare ulteriormente questi risultati è ora in corso uno studio multicentrico di follow-up, in cui tre ospedali di Copenaghen parteciperanno al progetto ReproUnion, finanziato dall’Ue, che conta sulla collaborazione di dieci unità di ricerca in tutta la capitale. “Tradizionalmente, nei casi in cui le coppie hanno difficoltà a concepire, il bersaglio principale è stato sempre la donna. Ora la nostra ricerca ed esperienza dimostrano che è importante studiare a fondo entrambi i partner”, conclude Giwercman.

Riferimenti: Andrology
DOI: 10.1111/andr.12153

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